Autobus



Aspettando che parta l'autobus, aspetta anche che si accenda il suo motore. Si accumulano, ogni volta che finiscono, queste giornate che sanno di niente, così di niente che pensa convenga crederle amare.
E dubita del proprio valore, quindi della qualità dell’affetto che incassa, della validità del suo biglietto.
Si chiede se l’aver ceduto il posto a quella vecchina l’abbia fatta sentire meglio o solo pateticamente migliore di chi ha scelto di non farlo.
Si chiede se la sua continua ricerca di emozioni sia nient'altro che retorica spicciola per dare un senso profondo a cose che poi, puntualmente, non accadono.
Si chiede, mentre chiama la solita fermata, quale sia il punto di partenza.

La solita fermata. Serena, ventott’anni, ha paura di cambiare.

Sta perennemente con la schiena incollata all'angolo tra la solita vita e la svolta, facendo sì che quel centimetro di strada venga consumato e diventi la sua consuetudine.
Non è sola, ma solitaria: cerca momenti di riflessione tra migliaia di consigli, suggerimenti e pacche sulle spalle, si discosta dalla superficialità attirata dal quel suo sorriso negato a nessuno, ed abita molto più lontano di casa sua.
No, non è sola, cerca solo la giusta compagnia oltre se stessa, rispettando il volere di una porta chiusa che potrebbe tranquillamente buttare giù.
Ormai non ha più la pazienza di sopportare l'indifferenza impaurita di un mondo che ha premura di mostrarsi "social" e che, invece, è ben più “orso” di lei.

Sente ancora lontano l’arrivo del giorno giusto per togliersi il trucco, per non usare più l’ironia nel tentativo di allontanare il giudizio, per prendere la vita seriamente e non seriosamente, per stracciare le sue poesie e darsi a personaggi vivi, per non parlare più in terza persona nel raccontare di sé.
L'ostacolo in cui inciampa ogni giorno è rappresentato dai suoi silenzi, dalle implosioni, dal voler far passare le cose e accontentarsi di uno sfogo estemporaneo e, spesso, appena tangente il suo reale malessere.

Pensa a decine di serate trascorse in casa, quelle in cui le luci e i suoni della festa avrebbero amplificato la meraviglia delle stelle.
Ha rinunciato a quelle sere ideali per posare le mani gelate su un viso caldo di emozioni, per dire cose mai dette in un incontro imprevisto, per sorridere facendosi largo tra quelle amarezze del cuore che, invece, l’hanno vinta.

Serena è impiegata part-time in uno studio legale, e a tempo pieno in questa grigia fabbrica di emozioni che è il mondo, dov'è vietato improvvisare e, soprattutto, improvvisarsi normali.
Non riesce più ad innamorarsi: credeva che l'amore non si disimparasse mai, e invece è come una lingua di cui è stata dimenticata la grammatica, sebbene si faccia razzia di citazioni estemporanee in suo nome.
Eppure vede ancora persone accarezzarsi il viso, giocare coi capelli, ma le sembra solo una cornice intorno ad una fotocopia, oppure è semplicemente invidiosa. Di una fotocopia? No, lei spera che un giorno si rivaluti la perfezione degli impacci, delle parole sottovoce, degli occhi lucidi, degli imprevisti.
Ha sempre evitato di stringere legami con persone attratte dalla superficialità, e quelle volte che l'ha fatto se ne è pentita. Ha un rifiuto naturale verso chi non è attento, coinvolto, curioso, vivo, perché le piacciono le persone determinate, originali, interessate, divertenti e divertite.
Non ama forzare le abitudini per piacere a più persone, anzi, un po’ le piace non piacere, perché essere impopolare la rende elitaria e fuori da ogni competizione, se non quella con se stessa, la più sfiancante, che nessuno può comprendere poiché nessuno mai saprà quanto combatte.

Nella vita di una persona estremamente riflessiva e sensibile, il più doloroso paradosso è quello di trarre soddisfazione solo dalla reazione alle proprie sconfitte piuttosto che dai meriti dei propri successi. Serena sa affrontare meglio le difficoltà piuttosto che la serenità, forse perché la seconda è una condizione più rara rispetto alla prima.
Eppure è una donna, con le mani e i concetti di ferro per assicurarsi che i pezzi di sé che più spesso condivide la facciano apparire forte, ma già se qualcuno rischiasse un abbraccio capirebbe questa tremenda instabilità. Instabile, non fragile: per quelli come lei basta un po' di sicurezza da restituire triplicata, due parole qualsiasi da buttare nel silenzio tanto criptico nella sua radice quanto chiarissimo nella sua evidenza.
La incontrano sempre ma non se ne ricordano, è una semplice passante dagli occhi che possono solo guardare e non catturare. La incontrano sempre e la chiamano per nome, perché non sanno altro.

I suoi modelli, i veri eroi di questa epoca, sono coloro che riescono a convivere col mondo rimanendo se stessi, perché arriverà il giorno in cui gli uomini saranno saturi del progresso e torneranno ad uno stato primordiale, riscoprendo il piacere del vento leggero, delle passeggiate, del riflesso del mare. E riscopriranno il valore che avrà saper tenere per sé il piacere del vivere semplicemente: anziché sforzarsi di mostrarsi felici al mondo, sarebbe bello ricordare che lo si può essere davvero. Anziché sorridere quando ci si fotografa, sarebbe meglio fotografarsi quando si sorride.
Vivere da automa non fa per lei, così come non fa per lei tacere le emozioni, temere i sentimenti, evitare gli sguardi, non ascoltare più le canzoni che sono riuscite a commuoverla, non sperare in un abbraccio improvviso, non fare per non sbagliare, arrivare a sembrare sempre così diversa, così vuota, così vaga rispetto a quello che, in dieci minuti di viaggio in autobus, sta scoprendo di essere.

Dal finestrino, Serena si perde a guardare l'immensità del cielo, come fosse una turista della propria Terra: la Luna è grande, come le sue ambizioni finora nascoste, come i suoi occhi finalmente pieni di luce.
Le viene voglia di amare, di lasciare tutto tranne ciò che è veramente suo, di filtrare le cattiverie e le provocazioni in ogni bilancio delle giornate trascorse, anzi, di smettere di fare quei bilanci.
Vivere è essere l’arbitro di una partita tra la gioia e il dolore, senza alcun tempo di recupero. La Luna, come il cielo, è eterna, ma ai nostri occhi dura appena il tempo di una vita, ovvero questa partita sempre in bilico.

Questa sera per lei sono gli occhi a parlare, perché le parole si possono cambiare, adattare al momento, magari nascondere: gli occhi no.
E con i suoi occhi vede tutto, ma le piace vedere e vivere quelli sempre nuovi oltre ogni abitudine e quelli pieni di sogni oltre ogni giorno inutile. Sono gli attimi, i giorni, i desideri, i dubbi raccontati dagli occhi a renderla bella del bello che conta, e artigiana dell'amore che conta. Si sente strana, diversa: sembra cominciare a provare vero affetto anche per se stessa.

Serena non ha più paura di cambiare, perché non cambierà.

L’autista si ferma, si guarda intorno, nessuno scende: riparte per il capolinea, la stazione.

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